della Cittadella della Carità
La Cittadella della Carità in primavera è avvolta dal respiro di centinaia di piante fiorite, nei viali, sotto gli alberi si respira la quiete dei primi giorni caldi. All’ombra dei grandi pini, una vela bianca protegge appena l’altare della celebrazione nel giorno in cui si celebra il trentennale dall’apertura dell’Ulivo. Una festa semplice e sentita a cui la presenza del nostro Arcivescovo Filippo Santoro ha dato il suggello delle cose importanti.
“Grazie Eccellenza per essere q
ui, la sua presenza ci rafforza nell’impegno e ci dà fiducia per un cammino difficoltoso ma pieno di speranza” – ha detto nel saluto il Presidente della Fondazione Giuseppe Mele. Intorno all’altare i sacerdoti delle parrocchie del quartiere Paolo VI, gli amici di vecchia data della Cittadella, il Consiglio di amministrazione, i medici e gli operatori, i tanti volontari che da trent’anni si spendono per rendere più sereno il soggiorno degli ospiti. Fra i più anziani il pensiero corre a quel 1°Maggio 1988 quando venne inaugurato il padiglione Ulivo, il primo del grande progetto della “Cittadella della Carità” voluto da mons. Guglielmo Motolese, costruito con i contributi dei lavoratori dell’acciaieria.
A distanza di trent’anni, nell’omelia, S.E. mons. Filippo Santoro ha ripercorso il sentiero di carità che portò alla costruzione dell’opera e ha indicato nell’Amore l’elemento unico che può alimentare nel tempo il proseguimento del sogno che in quegli anni veniva realizzato. “Rimaniamo fedeli a quell’Amore grande che spinse don Guglielmo a quest’impresa e abbiamo fatto tutto il possibile perché l’opera potesse andare avanti. Ci sono segni positivi in un cammino difficile, un percorso bello e impegnativo per questa Cittadella nata per chi ha bisogno di cure e di affetto. Guarire dalla sofferenza è un compito che mette al primo posto l’UMANITA’. Non bastano medicamenti avanzati e cure sollecite, occorre mettere il cuore nell’accogliere la fragilità dei nostri fratelli. L’eccellenza di questo luogo dipende dal cuore che mettete nel vostro agire. Ho sempre detto che non voglio sia disperso un solo posto di lavoro, ma questo non vuol dire che a fronte dei diritti non ci siano anche dei doveri. Siate vigilanti sul lavoro ben fatto. Dare il meglio di sé in quest’opera è un impegno ed una missione, solo così possiamo costruire insieme una struttura di eccellenza. Eccellenza nella qualità, ma prima ancora eccellenza nell’amore”. L’Arcivescovo ha poi ringraziato gli amici, i volontari, le suore e tutti gli operatori per la testimonianza di affetto ed attenzione.
La comunione d’intenti era palpabile, una serena armonia sembrava legare ogni momento della celebrazione: il coro degli operatori sanitari e dei volontari, il breve discorso di ringraziamento della dottoressa D’Abramo,responsabile R.S.A., le fronde di ulivo poggiate sull’altare a significare un’opera radicata nell’Amore di Dio, longeva e forte, capace di superare le tempeste e di dare refrigerio a chi lo chiede. Un inno di ringraziamento e di speranza per ricordare la forza di un impegno che non si esaurisce nella cura. La dedizione nel recupero e nella riabilitazione dei pazienti può rappresentare la professione sanitaria dell’oggi, moderna ma con radici profonde.
